17 Giugno 2026
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La caccia ai fringuelli in Liguria: una tradizione che sa di barbarie

Liguria, estate. Nonostante il progresso dell’opinione pubblica e la crescente attenzione mondiale verso la tutela della fauna selvatica, la Regione Liguria ha recentemente autorizzato l’abbattimento in deroga di migliaia di fringuelli. L’annuncio è stato motivato ancora una volta con il ricorso alla “tradizione”, un’etichetta logora che sembra voler legittimare pratiche profondamente anacronistiche e ormai inaccettabili per una società civile che si voglia definire davvero moderna. La decisione, presa a margine di un acceso dibattito, ha scatenato l’indignazione delle associazioni ambientaliste e di numerosi cittadini, ulteriormente amplificata dall’impatto mediatico che la vicenda sta avendo in tutto il Paese.

Non è la prima volta che la Regione tenta di piegare le normative europee e nazionali sulla caccia per assecondare le pressioni di una minuscola minoranza. La strategia è sempre la stessa: invocare la specificità locale, la memoria dei tempi passati, i richiami alla cucina tradizionale, a storie narrate da Pellegrino Artusi, Carducci e addirittura Dante Alighieri. Una narrazione che vuole nobilitare il sangue sparso nel nome di riti antichi, dimenticando, però, che il rispetto per la biodiversità e il valore della vita animale dovrebbero essere principi inviolabili, inalienabili, non negoziabili.

L’elemento più inquietante di questa autorizzazione è dato dai numeri: migliaia di fringuelli, a cui si sommano anche storni, potranno essere uccisi in poche settimane. Davanti a questi dati, qualunque tentativo di giustificazione legato alla “modesta entità” della deroga cade nel vuoto. Siamo di fronte a uno sterminio autorizzato, una strage legalizzata mascherata da folklore regionale, perpetrata ai danni di specie protette a livello nazionale e comunitario.

Le associazioni ambientaliste hanno ribadito con forza l’illegittimità di queste deroghe. Fringuelli e storni non risultano tra le specie cacciabili secondo le normative vigenti in Italia e in Europa. Le stesse direttive europee sono chiare: le deroghe devono essere misure eccezionali, solo per motivi gravi e documentabili, mai per pura consuetudine alimentare o per mantenere usi e costumi. Tale posizione trova conferma nelle ripetute condanne inflitte al nostro Paese da parte della Commissione europea, che ha avviato una procedura d’infrazione proprio per l’eccessiva tolleranza di pratiche venatorie ai danni di specie protette. La Liguria, con questa delibera, si pone in aperto contrasto non solo con le norme di tutela della fauna, ma anche con ogni principio di etica ed equilibrio ecologico.

In questo scenario di tensione crescente, le motivazioni addotte dai difensori della caccia risultano sempre più deboli e sfuocate. Si citano ricette tipiche e memorie familiari come se potessero costituire un lasciapassare morale o giuridico. Si parla di “tutela delle tradizioni” per mascherare ciò che altro non è che la volontà di perpetuare un’abitudine di sofferenza e morte, senza alcuna reale necessità, senza alcuna giustificazione razionale in una società pienamente inserita nel ventunesimo secolo.

La caccia ai fringuelli, così come a molte altre specie di piccoli uccelli migratori, è una pratica crudele, fine a se stessa, che non risponde né a esigenze alimentari né di controllo ambientale. Al contrario, minaccia gravemente la biodiversità locale e contribuisce a impoverire gli ecosistemi già messi a dura prova dai cambiamenti climatici e dall’azione antropica indiscriminata. Proprio nel fringuello si concentra una simbolicità suicida della politica regionale: una specie minuta, fragile, che rappresenta la ricchezza della natura italiana e mediterranea, ridotta al rango di trofeo per pochi appassionati di doppiette e palati nostalgici.

Le associazioni animaliste sottolineano il carattere “ingiustificabile” di questa barbarie. Lo fanno con dati scientifici, ricordando gli effetti devastanti sulle popolazioni di uccelli migratori, sempre più minacciate dal bracconaggio e da prelievi massicci legittimati da atti amministrativi discutibili. Lo fanno con la forza della legge, richiamando sentenze passate della Corte di Giustizia Europea e del Consiglio di Stato. Lo fanno, soprattutto, con la voce della società civile, che, a differenza di quanto sostengono i sostenitori della caccia, si mostra sempre più sensibile e contraria a queste esibizioni di violenza organizzata.

Un altro aspetto inquietante, spesso sottovalutato dagli organi regionali, è il rischio per la sicurezza pubblica e la salute collettiva. La stagione di caccia in Italia lascia ogni anno una tragica scia di morti e feriti, non solo tra gli animali selvatici ma anche tra cittadini, agricoltori ed escursionisti. I boschi e le colline, luoghi di svago e cultura ambientale, vengono militarizzati e resi inaccessibili per settimane. Un prezzo altissimo per un vantaggio che riguarda soltanto pochissimi individui, spesso organizzati in lobby con un peso sproporzionato nei tavoli decisionali.

La caccia, e in particolare la caccia in deroga, genera anche problemi di legalità diffusa. I controlli scarsi, la tentazione del bracconaggio, l’utilizzo di richiami acustici illegali e la vendita clandestina di selvaggina rendono ogni stagione venatoria un campo minato per la legalità e la sicurezza. Paradossalmente, più si allarga la maglia delle autorizzazioni, più diventa difficile monitorare e contrastare i fenomeni di abuso, con le forze dell’ordine costrette a rincorrere una realtà sfuggente e pericolosa.

In Liguria, il contrasto tra la Regione e le realtà associative è ormai totale. Gli ambientalisti definiscono la nuova delibera “uno sfregio all’ambiente e allo Stato di diritto”, mentre la politica tenta di arrampicarsi sugli specchi giustificando l’ingiustificabile. C’è chi sostiene che questa sia un’occasione per rilanciare il turismo venatorio e l’enogastronomia, eppure nessuno studio serio dimostra legami certi tra la caccia al fringuello e lo sviluppo dell’economia locale. Anzi, la percezione diffusa è che certe immagini di uccisioni di massa siano un boomerang per l’immagine di una regione che punta sulla green economy e sulla valorizzazione del territorio.

L’Italia è già maglia nera in Europa per quanto riguarda le deroghe venatorie e le procedure d’infrazione, e la Liguria si distingue tristemente per la sua ostinazione a difendere pratiche sempre più isolate e obsolete. La domanda che sorge spontanea è: quanto ancora potranno le istituzioni ignorare la richiesta di cambiamento che sale dalla società? Fino a quando le tradizioni saranno invocate come alibi per perpetuare soprusi ambientali e arretratezza culturale?

Senza cedere allo sconforto, occorre riconoscere e celebrare i tantissimi cittadini, le associazioni, gli scienziati, gli avvocati e gli amministratori che, spesso contro tutto e tutti, continuano a difendere ciò che di più prezioso abbiamo: la natura, la biodiversità, il diritto ad un futuro vivibile per tutte le specie. È doveroso ribadire che la caccia ai fringuelli non appartiene alla tradizione, ma al passato oscuro di cui ogni società consapevole dovrebbe liberarsi senza rimpianti. Il Coraggio vero, oggi, sta nel dire basta, nell’essere innovatori, nel saper distinguere tra cultura e superstizione, tra conservazione e saccheggio.

Il tempo delle scuse è finito. Ogni abbattimento in deroga, ogni sanguinosa concessione fatta “in nome della tradizione” rappresenta una ferita aperta nel cuore della civiltà e dell’etica collettiva. Difendere i fringuelli è una battaglia di civiltà, e perdere questa sfida significherebbe ammettere la nostra incapacità di crescere davvero, di riconoscere nella tutela della vita il più alto traguardo di una comunità matura. La Liguria, l’Italia intera, meritano decisioni all’altezza di questo tempo, non ridicole scuse buone solo a giustificare interessi di parte e arroganza istituzionale.

Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux, approfondendo sempre di più il settore di sviluppo e ingegneria software, collaborando con aziende statunitensi. Contemporaneamente, avvia e amplia studi sulla comunicazione e sul comportamento sociale e della comunicazione non verbale. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, tra USA e Israele, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano, che sfociano nella specializzazione in intelligenza artificiale. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Nel 2004, osserva lo sviluppo dei social network e di una nuova fase del citizen journalism, e si rende conto che le aziende necessitano di nuovi metodi per veicolare i contenuti. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto di Web Reputation della madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
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