Punti chiave
Un’operazione “storica” che apre una nuova fase
L’uccisione di Nemesio Rubén Oseguera Cervantes, noto come “El Mencho”, segna uno spartiacque nella guerra messicana contro i cartelli. Il leader del Cártel Jalisco Nueva Generación, considerato il capo dell’organizzazione criminale più potente del Paese, è stato colpito a morte in uno scontro con l’esercito nel suo Stato natale, il Jalisco, durante un tentativo di cattura. Poche ore dopo, il Paese è precipitato in una nuova spirale di violenza, con strade bloccate, veicoli incendiati, scuole chiuse e cittadini invitati a restare in casa in numerosi Stati.
Per il governo di Claudia Sheinbaum è un successo apparente ma anche un rischio enorme. La presidente ha invitato alla calma e ha annunciato che la maggior parte dei blocchi stradali eretti in almeno 20 Stati è stata rimossa entro la fine del weekend. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha confermato di aver fornito supporto di intelligence all’operazione ed elogiato l’esercito messicano per aver neutralizzato uno dei criminali più ricercati da entrambe le sponde del confine. Il messaggio è duplice: il Messico vuole mostrare capacità autonoma di risposta, ma lo fa sotto la lente e le aspettative degli Stati Uniti.
In questo quadro, la figura di Claudia Sheinbaum viene immediatamente proiettata al centro di un equilibrio delicato tra consenso interno, lotta al crimine organizzato e relazioni con Washington.
Il cartello che ha riscritto le regole della violenza
Il Cártel Jalisco Nueva Generación, nato come costola del Cartello del Milenio e cresciuto rapidamente a partire dal 2009, è oggi considerato il gruppo criminale più aggressivo e militarizzato del Messico. Sotto la guida di El Mencho, ex poliziotto divenuto narcotrafficante, il CJNG ha costruito una struttura gerarchica con capi regionali e un modello di “franchising” che ha permesso l’espansione oltre le roccaforti tradizionali di Jalisco, Colima e Nayarit. Il cartello ha diversificato le rotte del narcotraffico, puntando sui corridoi chiave tra Pacifico e Atlantico e sul controllo dei passaggi verso il confine nord, mentre consolidava la presenza in Stati come Michoacán, Guanajuato e Zacatecas.
La sua ascesa si è accompagnata a una strategia di violenza esibita: attacchi a forze di sicurezza, uso di armi pesanti, convogli paramilitari, campagne di terrore contro comunità locali. Diverse analisi descrivono il CJNG come un attore quasi proto‑militare, con reparti speciali, addestramento strutturato per i sicari e una capacità di intimidazione che va dalla corruzione di funzionari ai messaggi mediatici brutali. Non è solo un cartello “di frontiera” ma un sistema ibrido, che combina traffico di droga, estorsioni, controllo territoriale e penetrazione nelle istituzioni locali.
In questo senso, l’eliminazione di El Mencho colpisce il vertice ma non necessariamente smantella l’architettura operativa del gruppo, che da anni si regge su una rete di comandanti regionali e alleanze locali.
Il marchio di “organizzazione terroristica” e la dottrina Trump
Nel 2025 l’amministrazione di Donald Trump ha compiuto un passo che ha ribaltato il quadro giuridico e politico dei rapporti con il Messico: il CJNG è stato formalmente designato come “foreign terrorist organization”. La decisione ha avuto implicazioni concrete, dal congelamento di asset alla possibilità di utilizzare strumenti antiterrorismo per colpire reti di supporto, ma soprattutto ha caricato i cartelli di un significato politico che va oltre il crimine organizzato tradizionale. La designazione ha consolidato l’idea di un nemico che, dal punto di vista statunitense, non è molto distante da attori insurrezionali.
Trump ha ripetutamente sostenuto che i cartelli governano il Messico e ha minacciato, nel corso della campagna del 2024 e poi dalla Casa Bianca, tariffe punitive e persino azioni militari unilaterali oltre confine se Città del Messico non avesse mostrato “risultati” nella lotta al fentanyl e al narcotraffico. La definizione del CJNG come entità terroristica si inserisce in questa linea di pressione, rafforzando l’idea di un conflitto che agli occhi di Washington assomiglia sempre più a una guerra contro attori quasi statuali. Per Sheinbaum, che ha ereditato un’agenda di sicurezza già segnata dalla militarizzazione e dalle richieste statunitensi, questo significa muoversi in uno spazio ristretto.
Da un lato deve contenere la violenza interna, mantenendo un consenso che finora è rimasto elevato, dall’altro deve dimostrare alla Casa Bianca che il Messico è un partner affidabile, capace di agire senza bisogno di truppe statunitensi sul proprio territorio. In questo quadro, il marchio di organizzazione terroristica attribuito al CJNG diventa anche un’arma retorica, che alimenta l’idea di una minaccia esistenziale ma al tempo stesso offre a Washington una giustificazione per invocare misure sempre più intrusive.
Sheinbaum tra “kingpin strategy” e nuova dottrina di sicurezza
Claudia Sheinbaum ha più volte criticato la cosiddetta “kingpin strategy”, la tattica che punta a colpire i leader dei cartelli nella convinzione che la decapitazione dei vertici indebolisca le organizzazioni. L’esperienza degli ultimi vent’anni in Messico racconta spesso l’opposto: la rimozione di un capo ha prodotto frammentazione, lotte interne, riallineamenti violenti sul territorio. Nonostante queste critiche, la morte di El Mencho dimostra che il governo continua a utilizzare, almeno in parte, lo stesso approccio, ora incardinato in una cornice di cooperazione più strutturata con gli Stati Uniti.
Negli ultimi mesi il governo Sheinbaum ha consegnato numerosi presunti narcotrafficanti alle autorità statunitensi e ha intensificato le estradizioni di figure simboliche, per segnalare un cambio di passo nella collaborazione giudiziaria. La presidente ha anche incaricato il ministro degli Esteri di rafforzare il coordinamento con Washington dopo le minacce di Trump su possibili “attacchi di terra” contro i cartelli. Il messaggio verso l’esterno è quello di un Messico che non solo coopera, ma anticipa le richieste del vicino settentrionale attraverso operazioni mediaticamente dirompenti come quella contro El Mencho.
Sul fronte interno la narrazione è diversa. Sheinbaum insiste su una strategia che dovrebbe combinare azione militare, politiche sociali e rafforzamento istituzionale, nel tentativo di superare il paradigma esclusivamente repressivo dei governi precedenti. Tuttavia, le immagini di blindati, soldati dispiegati nelle strade e città paralizzate dai blocchi del CJNG alimentano la percezione di un Paese che continua a rispondere con la forza a cartelli sempre più militarizzati. È in questo spazio di ambivalenza che si gioca la credibilità politica interna della presidente, tra la promessa di una sicurezza “diversa” e la realtà di un conflitto che assomiglia ancora a una guerra a bassa intensità.
La giornata di fuoco dopo la morte di El Mencho
Le ore successive all’operazione contro El Mencho hanno confermato i timori di chi vede nella “decapitazione” dei leader un detonatore di violenza. Da Jalisco ad altri Stati dell’ovest e del centro del Paese, gruppi armati presumibilmente affiliati al CJNG hanno eretto centinaia di blocchi stradali, incendiato camion, auto e autobus, attaccato infrastrutture e costretto la chiusura di scuole e attività. Alcune testimonianze parlano di comunità isolate, di famiglie che hanno preferito non uscire di casa, di una paura che riecheggia le giornate più dure della guerra al narcotraffico.
In Stati come Michoacán, dove la presenza del CJNG si intreccia con la frammentazione di milizie locali e la debolezza delle istituzioni, i residenti hanno denunciato ancora una volta la lentezza o l’assenza delle forze federali nelle prime fasi degli attacchi. Non è la prima volta che accade: reportage e studi degli ultimi anni raccontano un Messico in cui le comunità rurali si trovano spesso ad affrontare da sole la violenza dei cartelli, con polizie locali male equipaggiate e un esercito che interviene in modo disomogeneo.
Le scene di strade deserte, mezzi bruciati, famiglie in fuga riportano al centro del dibattito la questione del controllo territoriale, più che del semplice controllo delle rotte del narcotraffico. È su questo terreno, fatto di municipi vulnerabili, economie informali e Stato assente, che il CJNG ha costruito gran parte della propria influenza locale.
Il peso di Washington e la geografia del consenso
Per Trump, l’operazione che ha portato alla morte di El Mencho è una conferma della linea dura adottata verso i cartelli. Il presidente statunitense ha insistito sul fatto che il Messico debba fare “molto di più” per contrastare il traffico di fentanyl e altri stupefacenti, ribadendo la minaccia di tariffe e azioni unilaterali se i risultati non saranno ritenuti sufficienti. In questo clima, ogni grande operazione in Messico assume un significato che va oltre la sicurezza interna e diventa un messaggio politico diretto a Washington.
Sul piano interno Sheinbaum si trova in una posizione paradossale. Da un lato mantiene un livello di approvazione elevato, grazie anche a politiche sociali e a una comunicazione che insiste sulla continuità con il progetto di trasformazione avviato dal suo predecessore. Dall’altro lato, la violenza persistente in Stati come Michoacán, Guanajuato e Zacatecas e le proteste di settori della società civile e della Generazione Z contro la militarizzazione del Paese evidenziano una frattura tra la narrazione ufficiale e l’esperienza quotidiana di molte comunità.
A questo si aggiunge la crescente percezione che il margine di autonomia del Messico nelle politiche di sicurezza sia sempre più condizionato dalle priorità statunitensi, anche in vista di appuntamenti come il Mondiale del 2026, per cui Washington chiede stabilità lungo tutto il Nord America. La geopolitica si intreccia così con la politica interna, trasformando ogni decisione su estradizioni, operazioni militari e trattative con Washington in un atto dal forte valore simbolico. In questo scenario, la stessa parola sovranità nazionale finisce al centro del dibattito pubblico, evocata tanto da chi chiede di respingere eventuali interventi diretti degli Stati Uniti quanto da chi invoca una più efficace difesa del territorio contro i cartelli.
Dopo El Mencho: rischio frammentazione o consolidamento
La morte di El Mencho apre ora interrogativi sul futuro del CJNG e sulla geografia criminale del Messico. Gli analisti ricordano che ciò che accade dopo la scomparsa del leader è spesso più importante dell’operazione stessa: alcuni cartelli si sono frantumati in una costellazione di gruppi più piccoli e imprevedibili, altri hanno visto emergere figure di successione che hanno mantenuto o persino ampliato il raggio d’azione. La struttura relativamente centralizzata del CJNG e la presenza di comandanti regionali con forte potere potrebbero favorire una transizione guidata, ma anche alimentare lotte interne per la leadership.
Un altro fattore è la competizione con il Cartello di Sinaloa e le sue fazioni, già impegnate in scontri interni e in guerra aperta in diversi Stati. Se il CJNG dovesse mostrare segni di debolezza organizzativa, altre organizzazioni potrebbero cercare di riempire il vuoto territoriale e logistico, innescando nuove ondate di violenza su scala regionale. Al tempo stesso, non è escluso che figure vicine a El Mencho, come storici luogotenenti e membri della famiglia, tentino di capitalizzare l’aura del leader scomparso per ricompattare il cartello attorno a una linea di continuità.
Per lo Stato messicano, la vera prova inizierà nei prossimi mesi: contenere le reazioni del CJNG, prevenire guerre per il controllo di territori e rotte, evitare che l’operazione si risolva in una vittoria di facciata seguita da un’escalation fuori controllo. In gioco non c’è soltanto l’efficacia della strategia di sicurezza, ma la capacità stessa delle istituzioni di recuperare legittimità pubblica nelle aree dove per anni l’unico potere percepito è stato quello dei cartelli.
Un Paese tra paura e resistenza
Per milioni di messicani, l’operazione contro El Mencho non è solo una notizia di geopolitica o di cooperazione internazionale. È l’ennesimo capitolo di una storia fatta di strade improvvisamente vuote, sirene nella notte, scuole che chiudono, famiglie che imparano a leggere i segnali della violenza prima ancora dei comunicati ufficiali. Nelle regioni più colpite, le comunità sembrano sospese tra paura e resistenza, abituate a convivere con attori armati che impongono regole, tasse informali e coprifuoco di fatto.
In questo contesto, il successo nel colpire un singolo capo rischia di apparire lontano dalla quotidianità di chi vive tra estorsioni, reclutamenti forzati e assenza di servizi pubblici fondamentali. La sfida per Sheinbaum sarà trasformare l’operazione contro El Mencho in un punto di svolta reale, capace di tradursi in maggior sicurezza percepita e in una presenza più solida dello Stato sul territorio, e non solo in un trofeo da esibire sul piano diplomatico. Se questo passaggio fallirà, il rischio è che l’eliminazione del leader del CJNG si aggiunga alla lunga lista di vittorie incomplete che hanno segnato la storia recente del Messico, lasciando intatta la sensazione di vivere in un Paese perennemente in bilico tra speranza e assedio.


